L'intervento del vescovo per l'Indizione del sinodo

Stefano Callegaro

Di seguito le parole del Vescovo Claudio per l'indizione del Primo Sinodo del terzo millennio della Chiesa patavina.

 

Sono per noi oggi le parole di Gesù: “Andate in tutto il mondo e proclamate il Vangelo ad ogni creatura”.

Se questo mondo attraversa giorni difficili, l’amore di Cristo ci spinge con maggiore abbondanza di Grazia. Grazia divina che diventa in noi dono d’amore, interesse e dedizione gratuita, impegno per il bene e la giustizia. Grazia che, offrendoci la forza dello Spirito Santo, scende su noi e ci rende testimoni del Vangelo ad ogni creatura.

Il Sinodo diocesano si inserisce in questo mandato missionario e diventa la strada per seguire Gesù.

Altra espressione del Vangelo di oggi: “Allora essi partirono”. Si misero sulla strada, guidati dallo stesso Spirito e dalla stessa Parola, quelli di Gesù. Sulla strada, insieme, uniti: è esattamente ciò che intendiamo per Sinodo!

Camminare insieme è per me speranza e preghiera. In realtà immagino che siano la speranza e la preghiera di ogni vescovo, ma anche di ogni presbitero e battezzato, di ogni padre e madre che vogliono realizzare la propria famiglia nell’amore!

Sinodo è speranza. La speranza si accende quando ci si sente chiamati a raggiungere una meta impegnativa, alta, bella; quando ci si aspetta qualcosa di più, quando si possiedono beni che si desidera condividere con le persone a cui si vuole bene. Questa speranza è dell’intera comunità dei battezzati che è composta anche da presbiteri, da diaconi, da consacrate e consacrati, dalle diverse ministerialità e carismi presenti nel popolo di Dio; e che percepisce il pericolo della dispersione, della frantumazione e che desidera orientarsi anche comunitariamente secondo la volontà di Dio Padre.

Sinodo è anche preghiera. È la preghiera, in comunione con la preghiera sacerdotale di Gesù, di saper camminare insieme, arricchiti dalle nostre usanze e ma anche andando oltre, superando le nostre resistenze e vincendo presunzioni e individualismi. È preghiera di invocazione: “Che siano una cosa sola”! Preghiera che assomiglia a quella dei poveri, di coloro che invocano da Dio giustizia e dignità, senza pretese perché sono poveri; le invocano come Grazia.

Il Sinodo nasce dal desiderio del Vescovo di rendere possibile la strada del futuro e della missione. Strada da percorrere tutti insieme, ognuno con il suo carisma, “avendo a cuore di conservare l’unità dello spirito per mezzo del vincolo della pace”, al servizio di tutti coloro che il Signore ama.

Perché oggi? Sono trascorsi circa sessant’anni dalla celebrazione del Concilio Ecumenico Vaticano Secondo: il soffio dello Spirito Santo ha raggiunto tutta la Chiesa cattolica aprendo orizzonti pastorali ricchi di novità; tra questi l’attenzione alla Chiesa locale, là dove vive e si manifesta la Chiesa Una, Santa, Cattolica ed Apostolica, lì dove si realizza la piena vitalità dello Spirito. Qualche anno fa, nel 2013, il Santo Padre Francesco con l’esortazione apostolica Evangelii Gaudium ci ha sollecitati a continuare nel cammino conciliare del rinnovamento pastorale.

Anche noi, nella Chiesa di Padova, abbiamo tante esperienze belle di cui fare memoria. Penso in particolare ad alcuni teologi, come mons. Luigi Sartori, mons. Ermanno Roberto Tura, e al contributo pastorale di vescovi come Girolamo Bortignon, Filippo Franceschi, il Vescovo Antonio Mattiazzo. In questi 60 anni centinaia di presbiteri e molti laici sono stati in missione a nome della Chiesa di Padova; abbiamo attivato servizi di carità straordinari come l’OPSA, il CUAMM, le Cucine economiche popolari. Addirittura abbiamo contribuito, soprattutto tramite mons. Giovanni Nervo e mons. Giuseppe Benvegnù-Pasini, promotori della Caritas italiana, al rinnovamento della testimonianza della carità delle Chiese che sono in Italia.

Conosciamo inoltre la vitalità, proveniente dalla spinta conciliare, di tante nostre comunità che hanno saputo attivare i consigli di comunione conferendo un volto di partecipazione e di corresponsabilità inimmaginabili prima del Concilio. In occasione della visita pastorale ho incontrato veramente tante belle e commoventi testimonianze di amore nei Consigli pastorali ed economici.

È arrivato il tempo di una comprensione di questa lunga esperienza per capire, dalle tracce lasciate dai nostri passi, dove lo Spirito ci sta orientando. Lo Spirito ha agito anche fuori dalla nostra storia diocesana attraverso molte e diverse manifestazioni, ma a noi è consegnata questa porzione di Chiesa, quella radicata in questa terra e in questa storia.

È tempo quindi di una sintesi ecclesiale che permetta di guardare al futuro “insieme”, con un rinnovato coraggio; anzi con un rinnovato entusiasmo. È venuto il tempo di favorire il futuro e di andargli incontro mettendoci in ascolto dello Spirito del Signore Risorto.

Grazie al Cielo non ci sono rotture e tensioni straordinarie. Il nostro è tempo di pace e quindi è tempo favorevole per una riflessione serena e per scoprire la vocazione della nostra Chiesa patavina, per guardare con fiducia avanti.

D’altra parte questo tempo pone molte sfide a livello ecclesiale, sociale e soprattutto culturale: il Covid 19 le ha evidenziate e noi le accettiamo, obbedienti alla nostra vita concreta, come spazio per la missione di preparare ai nostri figli un domani e una terra, sempre promessa, “dove scorrono latte e miele”.

L’incontro di oggi, con il quale annunciamo il primo Sinodo del terzo millennio della Chiesa patavina, è il punto di partenza con il quale qualificare lo stile del cammino che ci aspetta, uno stile eucaristico, spirituale.

Ha già una piccola storia, una storia di discernimento comunitario: il Sinodo dei Giovani vissuto nel 2016-2018 ne ha attestato la proponibilità; alcuni consigli pastorali parrocchiali incontrati da me durante la Visita Pastorale me ne hanno fatto espressa richiesta; ne abbiamo parlato in più occasioni nel Consiglio episcopale; dalla fine del 2019 ci siamo confrontati nel Consiglio Pastorale diocesano e nel Consiglio Presbiterale; ne abbiamo parlato anche con gli uffici pastorali e con le aggregazioni laicali; ne avevo parlato anche con gli uomini e le donne di vita consacrata. 

Di fronte alla crisi provocata dalla Pandemia, che si è presentata proprio mentre riflettevamo sul senso di una proposta così impegnativa, siamo stati presi da qualche incertezza ma abbiamo percepito che proprio la Pandemia ha ulteriormente evidenziato quelle domande di senso e di stile che motivavano l’opportunità di un Sinodo. Abbiamo quindi superato la prova e abbiamo confermato la scelta.

Presa la decisione ai primi di gennaio, oggi indìco il Sinodo diocesano mentre nella Pentecoste del 2022 celebreremo la solenne apertura!

L’indizione è strettamente e spiritualmente connessa alla Celebrazione domenicale dell’Eucaristia in questa Solennità dell’Ascensione del Signore, presieduta da me qui in Cattedrale e da miei delegati in 14 sedi distribuite nel nostro territorio, da Asiago a Montagnana.

L’Eucaristia è metafora del Sinodo: l’indizione corrisponde al movimento di convocazione, che rende possibile il radunarsi dell’assemblea per la celebrazione. Atto al quale normalmente non prestiamo particolare attenzione perché negli ultimi secoli e decenni era dato per scontato. Erano sufficienti le campane per avvertire e chiamare a raccolta il popolo. Indìre evoca il fatto che qualcuno ti chiama, che ti cerca ed esprime la volontà di incontro, di relazione: è il vescovo, oggi; è la tua comunità, ogni domenica; è il Signore stesso, sempre.

Alla convocazione corrisponde una risposta: Vado o non vado? La risposta esprime qualcosa anche di te, della tua relazione con il Signore, con gli altri della comunità, con i padri e le madri della tua fede: sai che ti aspettano!

Nasce così il movimento, una specie di pellegrinaggio, che ti fa uscire di casa e camminare verso la Chiesa, dove sono gli altri a cui sei legato nella fede. Uscire di casa dice la tua scelta di stare con gli altri. A volte questo uscire è faticoso, altre volte è una gioia.

Non sono tempi senza senso o inutili quelli della convocazione: fanno parte del nostro essere persone, fasci di relazioni, di corpo, di tempo. Sono i tempi del cuore pastorale che attende, dello spirito missionario che cerca, del calore dell’amicizia e della familiarità.

I sentimenti e i pensieri che ci accompagnano mentre camminiamo verso la comunità riunita, sono già parte dell’Eucaristia, ci preparano e ci rendono disponibili a vivere l’incontro. Rendono possibile il nostro scambio di sguardi, di strette di mano, di saluti amichevoli e fraterni, e ci preparano all’abbraccio del Signore. Sentendoci convocati dallo Spirito santo nel nome del Padre e del Figlio, accogliamo quelle braccia aperte con le quali chi presiede ci accoglie nella Pace, nella Grazia, nell’Amore, nella Comunione trasformando il nostro camminare verso la Chiesa in pellegrinaggio verso il mistero di Dio.           

Indìco quindi il Sinodo: suono, usando una immagine, le campane, invito le comunità e i cristiani, chiedo loro di mettersi in cammino verso il Signore, la sua parola, la sua Chiesa.

Quest’anno sarà al lavoro una commissione, la Commissione Preparatoria, che incarico pubblicamente di preparare quanto è necessario ascoltando il mondo e la sua cultura, e indicando i nodi e le idee fondamentali per il cammino sinodale. Al Sinodo affidiamo il compito e la responsabilità di capire dal Signore dove vuole che noi andiamo in questo tempo storico, e di indicare scelte e priorità pastorali.

Dopo l’abbraccio del Padre alla comunità convocata, l’assemblea eucaristica viene invitata ad esaminare la propria coscienza. Riconosciamo i nostri peccati, si dice normalmente. L’attenzione è sul “riconoscere”, sulla presa di coscienza, sulla lettura della nostra vita. Il fine non è tanto chiedere perdono, ma celebrare la consapevolezza che il Signore ci accompagna e ci vuole bene: Lui è più grande dei nostri peccati. Per questo penso che la nuova edizione del messale ci inviti a cantare il Kyrie eleison, riconoscendo con questa formula la presenza del Risorto, il Signore, il Kyrios, colui che ha sconfitto il peccato e la morte. Siamo talmente sicuri della sua Signoria che di fronte a lui rileggiamo la nostra vita e non temiamo nemmeno il nostro peccato. Sappiamo che la sua misericordia ci permette di sopportare i nostri limiti e sempre ci perdona.

Così la Commissione Preparatoria dovrà ascoltare il vissuto della nostra Chiesa, quello che pensano e vivono le nostre comunità, e il cammino che le nostre comunità hanno compiuto in questi ultimi decenni. Promuovere cioè una specie di esame di coscienza comunitario: Che coscienza ha la Chiesa di se stessa? Che coscienza hanno della propria fede i cristiani? Che umanità noi cristiani e noi Chiesa stiamo esprimendo? Che cosa possiamo fare di più per vivere la nostra missione nel mondo? Siamo ancora in grado di parlare al mondo, di parlare al mondo dell’amore del Padre che ci è stato manifestato dal Figlio suo e nostro fratello Gesù? Stiamo consolando, incoraggiando, servendo, amando come Gesù ha amato il mondo e noi?

Dobbiamo vivere questo esame di coscienza non tanto con la paura del giudizio o di fare brutta figura, ma con la certezza che il Signore cammina con noi e che a lui possiamo consegnarci fiduciosi.

Nell’Eucaristia, esperienza di fraternità, l’incontro con i fratelli e le sorelle è fondamentale. Vogliamo comunità calorose ed accoglienti, ci hanno detto i nostri giovani nella Lettera finale del loro Sinodo. È fuori dubbio che l’amore reciproco è vangelo. “Da questo riconosceranno che siete miei discepoli, se vi amate gli uni gli altri come io ho amato voi”, dice Gesù.

È vero anche che l’Eucarestia non è solo questo. Convocazione, accoglienza, lettura della propria coscienza sono solo i riti di introduzione e per noi oggi questi sono i riti di indizione. L’Eucaristia però è azione dello Spirito, è opera divina. È lo Spirito che opera e rende le parole lette, proclamate, approfondite strada della Parola di Dio; è lo Spirito che rende il pane e il vino Corpo e Sangue di Cristo, è lo Spirito che trasforma un insieme di persone in Chiesa, corpo del Cristo risorto.

Il Sinodo richiede che noi ci mettiamo insieme, che ci confrontiamo, che studiamo, che ascoltiamo, ma non è solo questo. Il Sinodo è prima di tutto opera dello Spirito, non nostra. Quanto possiamo fare ci predispone ad ascoltare lo Spirito, crea atteggiamenti capaci di accogliere la sua azione performante e trasformante. Noi possiamo camminare insieme verso la direzione indicata dallo Spirito, possiamo prendere coscienza delle nostre povertà per appoggiare la nostra speranza nell’azione dello Spirito e non in noi stessi. Insomma possiamo fare tanto ma ciò è nulla rispetto a quello che ci aspettiamo da Lui. I nostri riti di introduzione ci predispongono ad accogliere l’intervento straordinario di Dio, ci predispongono a “celebrare” il Sinodo!

Fin da oggi quindi permettiamo alle campane di suonare, di diffondere il richiamo a tutti, uomini e donne. Che questo suono arrivi alle nostre piazze, che si senta lungo le strade, negli ospedali e nelle case di riposo, nei luoghi della cultura e della scienza, nelle aziende artigianali, commerciali, nelle industrie e in tutti i luoghi dove si lavora, dove si studia e ci si diverte. Ovunque suonino le campane della convocazione perché tutti i figli di Dio si sentano invitati ed attesi. Nessuno si senta escluso per la sua diversità o per la sua fatica.

Fin da oggi invito tutti i cristiani a camminare verso le loro comunità e fraternità, ed invito i presbiteri a spostare le loro priorità dal “fare cose” al “convocare comunità” dove ci si senta chiamati per nome, dall’offerta di servizi religiosi alla difficile edificazione di relazioni fraterne e calorose. Sono i riti di introduzione: è l’indizione della celebrazione del Sinodo della santa Chiesa di Padova.

La mia richiesta per tutti è di cercare, tendere, aspirare all’unità: non possiamo dividerci in questa opera di Dio! L’unità non è omogeneità ma creatività, immaginazione, desiderio di comunione. Il cammino fatto insieme alla ricerca della volontà del Signore, avrà un altro protagonista, il divisore, il serpente antico, cioè il diavolo, il quale con maggiore destrezza si introdurrà nella nostra vita e nella vita della nostra Chiesa per farci fallire. E lo farà a partire dai nostri pensieri taciuti che si esprimeranno in atteggiamenti, in parole e in gesti che si opporranno alla fatica di convocare comunità e di suonare campane per chiamare tutti. Il maligno vorrà dividerci non solo con pensieri taciuti, ma anche con freni interiori, con opposizioni verbali, con rigidità inconsce.

Restiamo uniti da subito. Restiamo uniti nella preghiera. Restiamo uniti nella speranza.  Aiutiamoci gli uni gli altri a rimanere uniti facendoci operatori di pace, di riconciliazione. Il Signore Risorto ha già vinto questa battaglia e continuamente ci rende concordi, capaci di vincere le separazioni e di abbattere le distanze. Tra preti, tra consacrati, tra battezzati aiutiamoci nel rimanere uniti e fraterni nell’aderire alla chiamata del Signore in questo tempo storico della nostra Chiesa.

Frutto della Pentecoste è l’amore fraterno, la concordia, l’avere un cuore solo e un’anima sola. Diventare un solo spirito, un solo corpo come uno solo è il battesimo… Questo sarà il frutto del Sinodo: una nuova e bella comunione della nostra Chiesa e una rinnovata forza missionaria. È la nostra speranza e la nostra preghiera.   

Questo processo inizia oggi con la liturgia dell’ascolto: il Signore ci dia orecchi e cuore per ascoltare quello che lo Spirito dice alle Chiese. Ci predisponga fin da ora ad incontrare i nostri fratelli e sorelle nel Vangelo e ad accogliere l’effusione della rugiada del suo Spirito per diventare sempre più l’opera meravigliosa delle sue mani.

+ Claudio Cipolla, vescovo

Scritto da Stefano Callegaro
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Festa di sant’Antonio: l’omelia del vescovo Claudio

Di seguito l'omelia del Vescovo Claudio in occasione della festa di Sant'Antnio

Fragilità e carità sono due parole che hanno caratterizzato maggiormente il cammino pastorale della nostra Chiesa diocesana durante questo ultimo anno contrassegnato dal Covid 19. Questo tempo di Pandemia ci ha portati ad incarnare la carità di cui ci parla il Vangelo nell’esperienza della debolezza.   

Domandando oggi l’intercessione di Sant’Antonio, vogliamo testimoniare la carità di Dio nel tempo della nostra personale e collettiva fragilità. Volentieri la condividiamo anche con i tanti pellegrini e con quanti ci seguono grazie ai mezzi di comunicazione.

Quest’anno le fragilità creaturali e umane sono state esperienza comune, di tutta l’umanità. Il Covid ha condizionato e limitato la nostra libertà, la nostra economia, la nostra organizzazione sociale. Ha messo in crisi famiglie e posti di lavoro, ha spezzato affetti e interrotto collaborazioni, sta acuendo diseguaglianze sociali, e ha mietuto vittime ovunque: oltre 100 mila morti in più qui Italia, mentre in Europa sono 1.163.000 e nel mondo le vittime finora accertate sono 3.800.000.

È accaduto in Italia come anche in Brasile (dove ci sono 5 nostri presbiteri e molti altri missionari padovani) e negli altri paesi dell’America del Sud; in India, dove sono ora due religiosi che prestano servizio presso la Chiesa dei Servi, e in tutto il continente asiatico; in Etiopia e in Kenya, dove abbiamo nostre fraterne presenze con 5 fidei donum diocesani, e in tutta l’Africa. Sono legami di fraternità consolidati e non potevamo, e non possiamo, non sentirci uniti nel momento della difficoltà. Da questi legami il nostro sguardo si apre a tutto il mondo, senza limiti di fede, di etnia, di storia: ovunque e tutti nel mondo siamo stati colpiti. Siamo stati uniti in una sola umanità. Il nostro è un mondo fragile.

Si sono aperti i nostri occhi e abbiamo potuto riflettere sull’ambiente, sulla casa comune (La “Laudato sii” ha anticipato alcune importanti sensibilità); Papa Francesco inoltre ha spronato il mondo intero alla fraternità universale con l’enciclica “Fratelli Tutti” parlando di imprescindibili relazioni di fraternità tra persone, tra famiglie, tra Paesi; fraternità tra credenti di tutte le religioni per il bene dell’uomo, di ogni uomo e donna, e del Creato. Su queste piste è bella la vicinanza di molti giovani.

Anche nelle parrocchie, spazi privilegiati di prossimità indifferenziata e gratuita, si è parlato questo linguaggio. Esse sono state il segno concreto, visibile della vicinanza del Signore Gesù e della consolazione del Vangelo offerta a tutti. Noi cristiani siamo stati invitati ad essere immagini del suo sostegno rivolgendo la nostra attenzione alle fragilità della porta accanto, educandoci ad uno stile di “buon vicinato”. Chiunque partecipa dell’Eucaristia domenicale è un missionario, mandato dal Signore e dalla Chiesa ad ascoltare le sofferenze, le angosce, le preoccupazioni e i drammi che attraversano la vita.

Anche noi – anch’io – infatti abbiamo avuto preoccupazioni e paura, soprattutto per le persone a cui vogliamo bene, e ci siamo impegnati ad adottare tutte le precauzioni suggerite dal buon senso e dalle leggi per non essere causa di contagio. Da questa esperienza però abbiamo maturato sensibilità e sintonia per le lacrime e le ferite di ogni persona.

Anziani, ammalati, disoccupati, migranti, giovani, adolescenti hanno rappresentato la fragilità di tutta la comunità umana.

Con la preghiera di tutte le comunità cristiane da voi rappresentate, chiediamo ora che su questa povertà, su queste piaghe, sui cuori spezzati, sulle schiavitù, sulle prigionie scenda – per l’intercessione di sant’Antonio – la misericordia del Signore e si manifesti la potenza della sua carità.

Proprio in forza della nostra fragilità, ci rivolgiamo al Signore Gesù perché lui intervenga e agisca: la sua carità è più grande di ogni nostra sofferenza e paura.

È nella fragilità che il nostro cuore, nel suo profondo, si apre alla verità, rappacificandoci con la nostra dimensione creaturale e ponendoci nei confronti del Creatore con umile atteggiamento di fiducia e di preghiera. Come creature lodiamo il Creatore dal quale ancora una volta accettiamo di avere in consegna la terra e le sue creature, perché con il dono e la responsabilità dell’intelligenza e della libertà siano custodite. E così possiamo cantare con san Francesco e sant’Antonio: “Laudato sie, mi’ Signore, cum tucte le tue creature”. A questa relazione ci affidiamo contenti, e non umiliati, di fare appello a chi è più grande di noi.

Anche il nostro pellegrinaggio, le preghiere che oggi innalziamo, le speranze che alimentiamo sono passi, voce e sentimenti di tutta una Chiesa che, a nome dei suoi fratelli e delle sue sorelle in umanità, invoca la potenza del Signore ed invita a guardare a lui, a guardare in alto perché al Signore appartengono i cieli e la terra, perché sua è la potenza e la gloria nei secoli. 

La nostra presenza è quindi testimonianza di fede, annuncio della potenza del Signore Gesù, il Risorto, anche sul male, su ogni male: questa fede è la beatitudine dei poveri e la consolazione di quanti disperano.

Gesù con la potenza stessa di Dio, con il dito di Dio dice una preghiera, passa e guarisce tutti: storpi, ciechi, lebbrosi, paralitici, indemoniati… perfino i morti vengono risuscitati da Gesù, come ha fatto ad esempio per Lazzaro o per il figlio della vedova di Naim.

Una grande potenza usciva da lui e tutti restavano meravigliati. È la potenza dell’amore, è il potere della carità di Dio. Con questa forza divina, spirituale, quella dell’amore di Gesù, affrontiamo la Pandemia e affrontiamo le sue devastanti conseguenze sociali, evangelizziamo la storia e la creazione con le loro fragilità.

In nome della potenza e della vittoria di Gesù, noi cristiani, ci presenteremo volontariamente e gratuitamente per ricostruire le distruzioni sociali e spirituali del Covid 19. Saremo in prima fila, come Gesù, per proseguire la sua opera di carità, per dare speranza, per attivare coraggio. E anche per liberare da visioni miopi che guardano soltanto al proprio interesse privato, familiare, sociale, politico; per superare il fascino dell’egoismo orientato al proprio divertimento e alla propria prosperità; per guarire dalla tentazione di sfruttare la terra e l’ambiente o di trascurare e dimenticare i poveri. Non c’è guarigione se la potenza dell’amore del Signore non ci raggiunge e se la sua carità non diventa anima del nostro operare. 

I 72 discepoli che Gesù manda sono invitati a proseguire la sua opera. Così ha fatto Sant’Antonio, così hanno fatto tanti cristiani nei secoli, così siamo chiamati a fare noi: diffondere con l’aiuto di Gesù il potere della carità nel tempo della fragilità degli uomini. Tra tutti, abbiamo la gioia di incontrare oggi, a pregare con noi, il cardinale Ernest Simoni, testimone della forza e della potenza di Gesù.

Albanese, nato nel 1928, fu considerato un “nemico del popolo” ai tempi della dittatura comunista. Arrestato nella notte di Natale del 1963, mentre celebrava la messa; condannato a morte, la sua pena è stata commutata in lavori forzati nelle gallerie buie delle miniere di Spac e poi nelle fogne di Scutari. Anche in questa drammatica situazione non ha perso la fede e non ha mai interrotto il suo ministero sacerdotale. È stato liberato il 5 settembre 1990. Appena fuori dal carcere, ha confermato il perdono ai suoi aguzzini, invocando per loro la misericordia del Padre. È un testimone vivente della potenza della carità del Signore. 

Il Signore custodisca anche noi nella sua carità e la potenza del suo amore, per intercessione di sant’Antonio, ci permetta di vivere i nostri tempi di fragilità come tempo di missione.

+ Claudio Cipolla, vescovo di Padova

Stefano Callegaro

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Coro Giovani alla festa della musica

Lunedì 21 giugno, presso il giardino del centro sociale parrocchiale Tarcisio Peraro, il Coro Giovani si esibirà assieme ad altri cori del vicariato in occasione della "Festa della Musica" che si celebra il giorno medesimo.

La serata inizierà alle ore 20:45 e, oltre alla presenza del Coro Giovani vedrà la presenza di

  • Coro Liturgia Rock (Conselve)
  • Coro Jubilate (Conselve)
  • Corale San Lorenzo (Conselve)
  • Coro San Michele (Candiana)
  • Corale Sant'Andrea (Anguillara Veneta)

In caso di maltempo la serata si sposterà nel duomo di Conselve.

In allegato la locandina

Stefano Callegaro

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Tesseramento "Noi"

Sono aperte le iscrizioni al circolo "Noi" per poter frequentare e usufruire dei servizi del patronato.

Sarà possibile portare il modulo d'iscrizione e la quota al termine delle Sante Messe di tutti i sabati e le domeniche di giugno.

Il modulo lo si può trovare in chiesa o è possibile scaricarlo in fondo a questa pagina. La quota di iscrizione è di 4€ per i minorenni e di 6€ per i maggiorenni.

Al termine del tesseramento verrà convocata l’assemblea degli iscritti per costituire il direttivo dell'associazione.

Perchè tesserarsi al Noi?

  • mi tessero perché CREDO faccia BENE a tutta la comunità avere un luogo accogliente e di riferimento per ogni età che permetta di stare insieme, divertirsi, riflettere, imparare, educare, scambiarsi opinioni, idee ...
  • gestire uno spaccio bar (per i soci)
  • accedere a bandi promossi da enti pubblici e privati per ricevere fondi a sostegno di iniziative e progetti
  • rapportarsi più facilmente con le istituzioni
  • usufruire di specifiche scontistiche su diversificate categorie merceologiche di fornitura o ingressi in luoghi d’interesse (disponibili in allegato)
  • poter svolgere attività assistenziali riconosciute

Con la tessera NOI si gode automaticamente di un’assicurazione nominale che copre il socio durante l’attività associativa ordinaria in centro parrocchiale e le relative iniziative che si svolgono anche al di fuori del circolo.

Stefano Callegaro

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